Fridays for future, ecco perché il 15 marzo tutta la scuola deve essere accanto agli studenti

Fridays for future, ecco perché il 15 marzo tutta la scuola deve essere accanto agli studenti

Il 15 marzo si svolgerà in Italia, e in altri 40 paesi che hanno aderito all’iniziativa, uno sciopero degli studenti, sulla scia dei Fridays for future

Già il 25 gennaio gli studenti in diverse città del mondo hanno organizzato uno “sciopero climatico”, in linea con quanto avviato da Greta Thunberg, sedicenne svedese, la cui azione ha avuto vasta eco. Greta ha anche parlato ai potenti della terra, alla COP24, vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, e a Davos al World Economics Forum


Lo strumento scelto dagli studenti è quello dello sciopero, una delle forme di mobilitazione utilizzate dai lavoratori e dai sindacati, gesto non violento di protesta. Lo sciopero è astensione dal lavoro dei dipendenti a tutela dei propri interessi, un modo per esercitare pressione per ottenere dei miglioramenti. Gli studenti interrompono la frequenza a scuola, fanno sciopero, per ottenere l’attenzione della politica e di chi può decidere, affinché si passi dalle parole all’azione, affinché si intervenga per garantire un futuro alle generazioni che verranno: “voi dite di amare i vostri figli ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi – ha detto Greta Thurnberg – finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale […] e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo”. 


Lo sciopero è un’azione che la democrazia consente ed è un modo per esprimere partecipazione sociale e politica, consapevolezza di poter esercitare diritti di cittadinanza, coscienza civile. Fa però riflettere che, secondo quanto riportato da autorevoli organi di stampa, si profilerebbe per alcuni di questi studenti il rischio di provvedimenti disciplinari volti a sanzionare l’astensione dalla frequenza a scuola per manifestare di fronte ai luoghi delle istituzioni. Sul sito FridaysForFuture si trova addirittura un modello di lettera da inviare al preside per chiedere che non si proceda a provvedimenti disciplinari verso gli studenti che decidono di aderire allo sciopero. 


Dalle pagine de Il Sole24ore, non certo assimilabile a un foglio sovversivo, Gloria Remenyi si interroga: “quanto dovrebbe contare l’obbligo di frequenza a scuola a fronte di un allarme globale come quello rappresentato dal cambiamento climatico? Non dovrebbe rientrare tra gli obiettivi della scuola quello di incentivare i giovani ad assumersi responsabilità per il mondo e la società in cui vivono, a impegnarsi per il loro miglioramento, in altre parole a diventare soggetti politici?”. 
Sono domande alle quali non si può rimanere indifferenti. Ma l’azione degli studenti non solo mette in discussione il rapporto che la scuola e l’istruzione hanno con le “grandi domande”, con le questioni esistenziali e i problemi significativi, profondi e scomodi, di rilevanza universale. È messo in discussione anche il rapporto con la storia, una diversa definizione dell’idea di progresso, l’interpretazione del futuro e di quanto la conoscenza possa guidare l’azione globale. 


Gli studenti si chiedono infatti: perché studiare per un futuro che non potrà realizzarsi? Perché impegnarsi per divenire istruiti quando i nostri governi non ascoltano gli scienziati? Sono domande rilevanti alle quali non può essere offerta una risposta lineare. 
Eppure, tradizionalmente la scuola ha sempre dedicato una grande attenzione alle problematiche ambientali. Vi sono numerosissime esperienze di orti scolastici, piantumazione di alberi nei giardini, pratiche di riciclo e di raccolta differenziata entro le scuole, progetti di ripulitura di aree comuni e di adozione di spazi, incentivi a comportamenti di risparmio energetico ed idrico. Gli studenti partecipano usualmente con entusiasmo, sviluppano consapevolezze e spesso comportamenti corretti verso l’ambiente. 


Ma questa dimensione local che negli anni si è tradotta in progetti anche complessi e che ha spesso coinvolto associazioni e enti locali, più raramente si è fatta portatrice di una richiesta che andasse oltre i confini territoriali dell’azione della scuola. Fridays for future evidenzia una dimensione ulteriore, porta la questione sul piano globale perché la sola dimensione locale appare non più sufficiente. E se prima l’azione globale la si riteneva affidata ai governi e alle organizzazioni internazionali, ora gli studenti la sollecitano dal basso, richiamano le autorità a fare ciò che è di loro competenza. 


I giovani offrono un esempio di azione civica di dimensione globale. È questa la vera novità, è il movimento collettivo di dimensioni mondiali che non appartiene solo ai luoghi delle conferenze o degli incontri internazionali ma a persone comuni, a soggetti dai quali non ci si attende che facciano la storia. Nessuna soluzione potrà essere trovata senza il coinvolgimento di tutti, se non si affronta la minaccia come se fosse, dice Greta Thurnberg, “una guerra mondiale”. 
La percezione del pericolo verso il quale stiamo correndo è però limitata a livello individuale dal nostro tempo e dal nostro spazio, dal nostro particolare. E le reazioni sono tiepide, lente e poco incisive. Ma se assumiamo una dimensione globale, allora i dati e le percezioni cambiano potentemente. 


Per poter trovare rimedi occorre che si percepisca ciò che a livello individuale e locale non è ancora pienamente valutabile nella sua gravità. E per fare questo è fondamentale la mediazione culturale. La scuola ha un ruolo fondamentale nello sviluppare consapevolezza, nel sostenere educazione alla cittadinanza, nell’essere vivaio di menti aperte ai concetti di sostenibilità e di equilibrio sistemico, a visioni pragmatiche alimentate da valori sociali e spirituali. Tutti sappiamo che le soluzioni alla questione climatica non sono dietro l’angolo, che non è una questione di bianco e nero, che sono in gioco questioni di grande complessità e rilevanza tecnica ed etica, anche per il sindacato, come hanno dimostrato vicende come quelle dell’Ilva o degli impianti della Valle dell’Agri. 


La scuola allora non può essere indifferente, non può stare a guardare o addirittura sanzionare la non frequenza degli studenti impegnati nello sciopero climatico. La scuola non può consentire che la questione sia posta in termini di conflitto generazionale, non può abdicare alla significatività del sapere per la vita delle comunità, non può accontentarsi dell’azione local che pure ha a lungo sviluppato. L’istruzione offra gli strumenti per comprendere e valutare la gravità di ciò che stiamo vivendo e per sollecitare un intervento prima che sia davvero troppo tardi, per ripensare le categorie del Novecento a favore di una transizione ecologica che sia inclusiva. Ecco perchè, non solo ma anche il 15 marzo, la scuola dovrebbe essere accanto agli studenti.

da Cisl Scuola

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