corriere.it-–-scuola:-tassa,-un-contributo-alla-comunita-che-tutti-criticano-e-non-tutti-pagano-paolo-fallai

Era il 7 ottobre 2007 e durante la trasmissione In mezz’ora di Lucia Annunziata su Rai Tre, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, disse con molta semplicit: La polemica anti tasse irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente. Evidentemente non era cos semplice.

Molta croce, poca delizia. Le tasse, da sempre, sono un contributo obbligatorio per il funzionamento della comunit. Ma mentre adesso quando paghiamo le tasse sappiamo che stiamo finanziando la scuola, la sanit, gli apparati di sicurezza dello Stato, in origine le tasse servivano a garantire soprattutto re , imperatori e relativi eserciti. Che semplicemente mandavano uomini armati a ruscuoterle (d’altronde la nostra parola fisco deriva dal latino fiscus che significava cesto). Insomma, oggi si pu discutere sulla giusta determinazione del prelievo delle tasse e sul loro corretto uso, ma solo perch oggi si pu discutere. Per millenni (in gran parte del mondo ancora cos, in Italia fino a pochi decenni fa) questa libert non c’era.

Una origine chiara. La parola tassa deriva dal verbo tassare, figlio del verbo latino taxare e probabilmente nipote del greco antico tssō che voleva dire mettere in ordine ma anche imporre. Nella storia della nostra lingua questo concetto molto rappresentato dalla parola imposta, dalla curiosa e tagliente origine della parola accise e dal fatto che tutte vengano sofferte spesso come una angheria.

I principi fondamentali. Per fortuna esiste la nostra Costituzione (convincetevi!). Il sistema tributario italiano ispirato ai principi fondamentali sanciti dagli articoli 2 e 3 che affermano il dovere di solidariet e il principio di giustizia fiscale, dall’articolo 23 che afferma il principio di legalit e dall’articolo 53 che afferma il concorso alle spese pubbliche: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacit contributiva. Il sistema tributario informato a criteri di progressivit. Comunque, siccome non fa mai male una rilettura, il testo completo della Costituzione italiana (dal sito del Quirinale) lo trovate qui.

Ma di preciso cosa sono.

Quelle che chiamiamo tasse sono tributi che si dividono in dirette e indirette. Le prime sono quelle che sono a carico del contribuente e colpiscono il reddito o patrimonio, come nel caso dell’Irpef. Cio una quota percentuale del nostro stipendio (o pensione o comunque reddito). Le seconde sono quelle applicate nel momento in cui avviene un trasferimento di ricchezza. Rientra in questa categoria l’Iva. Esistono diversi tipi di imposte, vediamo le maggiori: •Irpef: imposta sul reddito delle persone fisiche;
•Imu: imposta municipale propria, pagata dai titolari di immobili;
•Ires: imposta sul reddito delle societ;
•Irap: imposta regionale sulle attivit produttive.

Ma quanto paghiamo. Secondo gli ultimi dati elaborati dalla CGIA di Mestre nel 2022, la pressione fiscale arrivata al 43,5% e l’Italia era sesto posto in Europa. Quella percentuale nel 2019 era del 42%, nel 2020 era al 42,7%, nel 2021 al 43,4%. La media dei Paesi Ocse molto pi bassa rispetto a quella italiana, si attesta al 34,1%. E soprattutto, chi paga? Ci aiuta questo prezioso lavoro fatto dal collega Claudio Del Frate per il corriere.it . E comunque c’ sempre la speranza di un condono.

L’ultimo richiamo del Presidente Sergio Mattarella. Nel discorso di fine anno pronunciato il 31 dicembre 2023, il Capo dello Stato ha fatto un severo richiamo: L’evasione riduce, in grande misura, le risorse per la comune sicurezza sociale. E ritarda la rimozione del debito pubblico; che ostacola il nostro sviluppo. Contribuire alla vita e al progresso della Repubblica, della Patria, non pu che suscitare orgoglio negli italiani. Il discorso integrale di Sergio Mattarella lo trovate qui.

Ma non era la prima volta. Anche il 2 giugno 2023 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella aveva pronunciato parole nette riguardo all’equit fiscale. L’occasione era l’incontro con il comandante della Guardia di finanza, Andrea De Gennaro. Il vostro un contributo importante all’attuazione dei principi costituzionali di giustizia fiscale tra i cittadini, affinch ciascuno fornisca il suo apporto alla comunit cos come previsto dalla nostra Costituzione. E il 9 dicembre 2019, incontrando gli studenti e ascoltando le loro domande: L’evasione fiscale – aveva risposto il presidente della Repubblica – l’esaltazione della chiusura in s stessi, dell’individualismo esasperato. E pi avanti: Chi evade cerca di sfruttare le tasse che pagano gli altri per i servizi di cui si avvale. una cosa, a rifletterci, davvero indecente. In quella occasione Mattarella aveva ricordato che gli ultimi dati sull’evasione parlavano in tutto di 119 miliardi di euro sottratti alle casse dell’erario: Una somma enorme. Se scomparisse, le possibilit di aumentare pensioni, di aumentare stipendi, di abbassare le tasse per chi le paga, e cos via, sarebbero di molto aumentate.

Il prezzo pu essere ivato? Concludiamo discorsi cos seri con un sorriso, grazie all’Accademia della Crusca che qualche anno fa, con il linguista Vittorio Coletti, si chiesta se fosse corretta l’espressione Ivato per comprensivo di IVA o per cui gi stata pagata l’IVA . L’aggettivo registrato gi dal Supplemento 2004 del GDLI, dal Devoto-Oli, dal Sabatini-Coletti e dallo Zingarelli con data 1983. Il GRADIT lo riporta con la stessa data e come termine speciale del linguaggio commerciale. Su “Lingua Nostra” n. 49 del 1988 – scrive Coletti – Fabio Marri lo ricordava come “brutto” erede dell’altrettanto sgradevole verbo igeare (pagare l’IGE, l’Imposta Generale sull’Entrata, sostituita dal 1972 dall’IVA), di cui igeato, cio “comprensivo di IGE”, sarebbe stato il participio passato. Una parola cui Luciano Satta (Parole. Divertimenti grammaticali, 1981) aveva dato libero accesso, notando la legittimit della derivazione da una sigla, che consente “anche a igeato di stare nel vocabolario, pure se, con il senno di poi, si deve dire che sarebbe stato meglio non metterlo, poich l’IGE non c’ pi. E se mentre noi scriviamo c’ qualcuno che sta facendo un vocabolario, da IVA registrer ivato, che gi parola corrente, con lo stesso diritto di esistere che l’uso ha riconosciuto a irizzato”. Precoce testimonianza di ivato, mentre la lingua si congeda dal suo antenato igeato! Tutti i dizionari che lo registrano presentano ivato come un derivato da IVA (sigla di Imposta sul Valore Aggiunto) e non prevedono dunque un verbo ivare di cui ivato sarebbe il participio passato. In effetti ivato non necessariamente il participio passato di ivare, come non lo era igeato di igeare (il supplemento del GDLI 2004 lo d infatti come derivato da IGE). In effetti, poich si applica, conferendo valore di aggettivo (anche sostantivato) soprattutto a nomi (Per rispondere pi direttamente alle domande dei nostri lettori: dunque corretto dire “gi ivato” se riferito al prezzo di un prodotto comprensivo di IVA; una bolletta ivata quando nel suo importo complessivo calcolata anche l’IVA. Infine, anche se al nostro lettore, come all’autorevole collega e amico Fabio Marri, il Totale Ivato sembra osceno, bisogna riconoscere (come aveva implicitamente fatto lo stesso Marri) che non sbagliato.

3 gennaio 2024 (modifica il 3 gennaio 2024 | 10:57)

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Tassa, un contributo alla comunità che tutti criticano e non tutti pagano
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