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Il prof. Cassese, dall’alto della sua profonda preparazione culturale giuridica, amministrativa, letteraria, storica, nell’articolo sul Corriere della sera del 14/12/2023, pone alcune domande importanti sulla situazione attuale della vita della Scuola Italiana, ma non sempre fornisce la risposta giusta. Io non posso paragonarmi alla sua immensa cultura e attività amministrativa, ma qualche idea ce l’ho pure io e provo a ribattere.

Primo argomento: vi sono supplenti da sistemare, si bandiscono concorsi per stabilizzarli.

Ribatto: non è proprio così. Bisogna dire che ci sono cattedre vuote, senza docenti della materia e il vuoto si è creato perché ci sono i pensionamenti o nuove istituzioni di classi, per cui, non potendo fare un concorso per un singolo posto, si deve aspettare che il numero delle cattedre vuote abbia una certa consistenza per impiantare una procedura concorsuale.

Nel frattempo si ricorre ai laureati che diventano docenti supplenti, che col tempo chiedono la sistemazione della loro posizione lavorativa. L’interesse è quindi reciproco: l’Amministrazione statale scolastica deve riempire i buchi, detto meglio, deve provvedere a offrire il servizio migliore con docenti all’altezza della situazione e, così, ogni due o tre anni si bandiscono i concorsi, ma non perché la preminente considerazione è la sistemazione del personale precario, ma al contrario: il preminente bisogno è fornire il servizio scolastico nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile.

A ciò si sta pensando di effettuare concorsi ogni anno che richiedono attività procedurali preparatorie complesse e di lunga durata, quale quelle di istituire commissioni d’esame i cui componenti sono docenti in servizio, che così verrebbero distratti e sottratti al loro servizio principale, per un altro servizio, pure importante, ma meno principale del primo.

Questa della copertura dei posti vacanti è l’attività preordinata all’esistenza della vita scolastica, ma direi dell’Attività amministrativa dello Stato moderno che si è dato questo compito che è quello di far funzionare l’Amministrazione della Nazione per l’interesse pubblico, cioè dei cittadini, e il costo deve essere, per forza, supportato economicamente dalle casse dello Stato.

E non è quindi chiedersi inappropriatamente se vengono prima gli studenti o gli insegnanti. Vengono prima, entrambi, contraddicendo lo spirito sportivo dove solo uno vince, eccezionalmente ex aequo, ma qui lo sport non c’entra. A proposito dei concorsi e della loro complessa gestazione amministrativa, si dovrebbe cominciare a pensare a forme diverse di selezione del personale, più snelle e semplici, non facilitanti. Sto pensando ai Comitati di valutazione che esistono in ogni Istituzione scolastica. Sono già belli e pronti, basta studiare come farli funzionari e non c’è bisogno di Commissioni d’esame.

Per l’altra domanda che pone il prof. Cassese, se si può continuare a governare dal centro un sistema complesso come la scuola o assicurare autonomia agli Istituti scolastici, la domanda è legittima, ma la soluzione no, per carità! Si creerebbero tanti piccoli centri di poteri con innumerevoli complessi compiti che renderebbero gli Istituti come piccoli Ministeri dell’Istruzione. Sono, piuttosto, favorevole all’Autonomia Regionale, fermo restando che le Indicazioni Generali spettano allo Stato, ma poi, per il resto, piena autonomia alle Regioni.

Giovanni Cappuccio

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