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È possibile governare la transizione nell’epoca del postumanesimo? Ne abbiamo parlato con il professor Simone Digennaro, Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

Professor Digennaro, siamo ad un bivio, la visione che abbiamo di noi stessi nella società diventa sempre più egocentrata, ma Aristotele diceva che “Chi si illude di poter vivere al di fuori di una comunità o è una bestia, o è un dio”. Come possiamo recuperare la socialità in una comunità sempre più complessa divisa tra reale e virtuale?

Questo tema è molto interessante e affascinante, penso cruciale per le professioni educative. Proverei a cambiare prospettiva, più che a recuperare la socialità dovremmo provare a capire in che modo la socialità sta cambiando e quindi in che modo l’educazione deve cambiare in risposta a questi cambiamenti. È evidente quello che sta avvenendo e le nuove generazioni ce lo stanno dimostrando in maniera molto chiara, sta cambiando il modo in cui socializziamo, in cui comunichiamo, il modo in cui ci aggreghiamo, questo perché ovviamente siamo fortemente influenzati dai nuovi contesti sociali in cui noi siamo immersi. In altre circostanze con i nostri studi abbiamo parlato di una iperrealtà, proprio a voler rimarcare come la tecnologia e il mondo virtuale in particolare ci stanno offrendo delle nuove prospettive esistenziali, in pratica si è allargata la nostra matrice esistenziale, sono allargate le nostre opportunità, e quindi da un certo punto di vista viviamo delle esistenze estese e una socialità estesa. Probabilmente dovremo cercare di capire in che modo dentro questa socialità estesa sta cambiando il nostro modo di relazionarci, il nostro modo di entrare in relazione con l’altro, e questo è un elemento essenziale da comprendere perché, di pari passo, dovrebbe essere rivisto il modo in cui educhiamo la socialità. Solo per fare un esempio, è chiaro che il modo in cui si entra in relazione, in contatto con l’altro, ha degli elementi peculiari che sono caratteristici e tipici dell’essere umano che non cambieranno mai, ma allo stesso tempo, soprattutto con le nuove generazioni, sta acquisendo anche delle novità, perché ovviamente nessuno avrebbe mai potuto immaginare che una relazione, anche di tipo intimo, possa cominciare attraverso degli strumenti come quelli tecnologici, una cosa che in passato veniva considerata totalmente impensabile.

Abbiamo capito che c’è bisogno di una maggiore attenzione educativa verso i ragazzi di oggi, in particolare si parla molto di educazione emozionale. Lei, nel suo recente libro “Io-Corpo”, edito dalla Erickson, afferma che bisogna ripensare il pensiero pedagogico e il modo in cui educhiamo, con un occhio particolare al corpo. Ci aiuta a comprendere meglio?

Il corpo è un elemento essenziale che noi dobbiamo tornare ad osservare, studiare e curare. Questo per due motivi principali, intanto Bourdieu ci dice che il corpo è un punto di convergenza tra l’individuo e la società, cioè quell’elemento che permette di congiungere l’individuo alla società e permette alla società di entrare dentro l’individuo, questo lo propone come uno straordinario campo di osservazione, se io studio, analizzo e comprendo le dinamiche del corpo, evidentemente riesco a comprendere dinamiche individuali, ma allo stesso tempo riesco a comprendere anche le dinamiche sociali. Ragioniamo su questo punto di vista, tutti i principali cambiamenti, anche i principali conflitti, le principali dinamiche sociali che riguardano la moderna società, hanno a che fare con il corpo, ad esempio tutto il tema del genere, del fine vita, delle nuove forme di socialità, come dicevamo prima, hanno a che vedere con il corpo e nel momento in cui analizziamo questo potente vettore semantico possiamo comprendere, o farlo in modo migliore, quello che sta accadendo all’interno della società. Ma allo stesso tempo Bourdieu ci dice che il corpo è la rappresentazione dell’Io, non a caso Freud ci dice che l’Io è un Io corporeo, quindi noi siamo degli esseri carnali rappresentati dal nostro essere dei corpi. Quindi le pratiche educative dovrebbero radicarsi dentro questa convinzione, dovremmo un po’ superare, abbandonare, l’idea di una distinzione tra mente e corpo, teorico e pratico, spirituale e materiale, e riconoscere semplicemente il fatto che noi siamo degli esseri corporei, viviamo nel nostro corpo, la nostra esistenza è corporea, dei corpi unici e irripetibili e questo significa che ogni processo educativo ed ogni processo sociale è unico ed irripetibile per tutti ed è influenzato da una serie di elementi come le emozioni, le sensazioni, da strutture corporee che sono uniche e irripetibili, questo probabilmente mette la parola fine alla costante ricerca del metodo perfetto in educazione, dobbiamo ritornare a riconoscere la centralità del corpo in educazione e quindi partire da quello che il corpo ci racconta. Se siamo in grado di tornare a questa narrazione, che poi è la narrazione della nostra esistenza, probabilmente riusciremmo a superare tante delle criticità che noi oggi vediamo in ambito educativo.

Un aspetto importante è legato alla costruzione del sé, che non è un qualcosa che ci appartiene, ma è un costrutto sociale. Fondamentale è il ruolo di genitori ed insegnanti per formare un sé positivo. Ci aiuta a definire meglio questo concetto?

Penso che gli adulti oggi siano chiamati a fare un grande salto in avanti, e utilizzo forse un concetto che può rappresentare una contraddizione, cioè sono chiamati a rifondare la tradizione. È chiaro che noi abbiamo delle potenti tradizioni educative, gli adulti di riferimento hanno la responsabilità, da che mondo è mondo, di provare a traghettare le nuove generazioni e ad accompagnarle dal presente verso il futuro. Questa è una costante educativa che non cambierà mai, è uno degli elementi fondamentali dell’educabilità degli individui, cioè il fatto che c’è la possibilità che un adulto di riferimento possa definire delle traiettorie educative e accompagnare i propri figli, i propri alunni, attraverso di esse. Il tema centrale, però, sta nel cercare di capire in che modo queste traiettorie educative abbiano oggi dei tragitti diversi, quindi in che modo la società moderna, con la complessità che ci sta proponendo, pone delle sfide educative che devono essere prima comprese e poi affrontate. Ovviamente anche la costruzione del sé è una sfida educativa enorme e dobbiamo cercare di capire in che modo le nuove generazioni possono essere accompagnate nella costruzione della propria identità che per forza di cose deve essere una realtà iperreale, cioè un’identità che è costruita a partire sì dall’esperienza reale, viva, quella che possiamo vivere attraverso la nostra carnalità, ma allo stesso tempo una identità che è costruita a partire da un mondo virtuale all’interno del quale possono essere costruite delle identità personali e queste finiscono con l’influenzare la vita degli individui. Non c’è più questa distinzione tra virtuale e reale, ma c’è questa congiunzione e dentro questa congiunzione sta avvenendo una nuova costruzione del sé, bisogna cominciare a capire in che modo questo sé, questo nuovo sé, possa essere costruito in una maniera che è positiva per l’individuo e non negativa.

Un’ultima domanda, un altro aspetto che influenza la costruzione del sé è il rapporto con i coetanei ma soprattutto il digitale, lei parla di corpi multipli. Quali sono i rischi e come si educa ad un uso corretto dei social?

Ovviamente la tecnologia e i social rappresentano oggi una grande opportunità, ma dobbiamo capire fino in fondo in che modo la tecnologia e la tecnica possono diventare strumenti in favore degli individui e non viceversa. Ci dice Heidegger che la tecnica seduce l’uomo, noi siamo affascinati dalla tecnica e il rischio però di essere travolti da un approccio troppo tecnico è enorme, perché allo stesso tempo, attraverso la tecnica, sempre per utilizzare i concetti di Heidegger, cambia il modo di stare nel mondo. Quindi non sono degli strumenti neutri, ma sono degli strumenti che cambiano il nostro vissuto esistenziale, la nostra prospettiva di mondo, le nostre aspirazioni e le nostre idee. I social network hanno una potente capacità, cioè quella di poterci aprire degli scenari esistenziali che in passato erano inimmaginabili. Attraverso i social network è possibile costruire un proprio mondo personale, anche una propria identità, ma il punto è che nel momento in cui si perde il controllo di questo processo di autocreazione si corre il rischio di finire in un vortice in cui c’è una costante ricerca d’identità, che sono semplicemente costruite attraverso il virtuale, e di perdere un proprio radicamento. Noi abbiamo parlato di questo concetto come sindrome dei corpi multipli, cioè se io mi costruisco tanti corpi, se come abbiamo detto in precedenza ogni corpo rimanda a un’identità, ad un certo momento non riesco più a capire qual è la mia vera identità e perdo un radicamento. Senza questo radicamento ho tutta una serie di difficoltà, non a caso nelle nostre ricerche abbiamo messo in luce come un utilizzo eccessivo, non curato e non orientato, dal punto di vista educativo, dei social network, soprattutto per le nuove generazioni, può determinare tutta una serie di problemi legati a livello di riconoscimento del proprio io, disturbi alimentari, difficoltà nella costruzione del sé e così via. Qui è, se volete, la grande sfida, il grande nodo, ovvero in che modo questi strumenti possono essere trasformati in maniera positiva attraverso un approccio educativo affinché, ovviamente, permettano di magnificare le capacità umane e non di sostituirle, perché possono diventare, e sono già adesso, dei grandi strumenti che facilitano la comunicazione, l’apprendimento, l’istruzione e così via. Ripeto, questa se vogliamo è la grande sfida che ci troviamo di fronte e che dobbiamo cercare di vincere per il futuro dei nostri figli.

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I social network e la costruzione di corpi multipli: dai disturbi alimentari allo smarrimento del proprio sé. INTERVISTA al professore Simone Digennaro

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