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Negli ultimi dodici mesi, sull’onda dell’enorme dibattito scatenato dall’irruzione di ChatGPT e di altri software analoghi sulla scena del rapporto tra l’intelligenza naturale dell’uomo, condizionata dai suoi limiti, e quella artificiale della macchina, i cui limiti si spostano sempre più in là, verso un futuro dallo sviluppo imprevedibile, si fa sempre più urgente la necessità di dare una risposta convincente al problema di quale modello di educazione sia il più adatto per i giovani delle ultime generazioni – quella “alfa” (o “Alpha”) dei nati dal 2010 a oggi – e quelle che verranno dopo, sempre più immerse nella infosfera, come la chiama Luciano Floridi, e in un mondo dominato dalla tecnologia.

Il divario tra la cultura pedagogica e didattica della quasi totalità degli attuali insegnanti (in particolare i più anziani, che in Italia sono una grossa fetta: come si fa notare in un servizio contenuto nel numero di dicembre 2023 del mensile Tuttoscuola, i docenti over 54, che 25 anni fa erano il 13%, ora rappresentano il 42%) e lo stile di apprendimento delle nuove generazioni è impressionante, e il confine tra il know how dell’insegnante e quello del discente in termini di familiarizzazione con le innovazioni tecnologiche si va spostando sempre più a favore dei secondi. Al momento il mercato dell’offerta formativa è ancora abbastanza rigido e tradizionalista, soprattutto nei sistemi scolastici come quello italiano con una storia di forte centralizzazione e burocratizzazione, ma la spinta verso forme di apprendimento sempre più multimediali e multidisciplinari è tale da far ritenere che in pochi anni il baricentro del rapporto tra chi insegna e chi impara si sposterà verso il soggetto che apprende, anche perché solo quest’ultimo padroneggerà le nuove tecnologie digitali e le relative tecniche applicative.

Se l’educazione diventerà sempre più autoapprendimento, la figura dell’insegnante tradizionale, formata per l’etero-apprendimento, si avvicinerà sempre più a quella del regista dell’apprendimento, del consigliere, tutor dei processi di autonoma acquisizione delle nuove conoscenze e competenze da parte degli allievi. Anche ammesso che siano i docenti a fornire le prime conoscenze e competenze nei diversi ambiti disciplinari, e ad aiutare gli studenti nei processi di concettualizzazione, essi non potranno che avvalersi di strumenti tecnologici per alcune operazioni, che potremmo così ipotizzare:

– Personalizzazione della didattica: sono allo studio, e in parte già disponibili, software che adattano contenuti e stili di apprendimento delle competenze di base alle esigenze dei singoli studenti, individuando i loro punti di forza e di debolezza e suggerendo esercizi e prove di valutazione e autovalutazione sempre accessibili, ovviamente, ai docenti.

– Laboratori tecnologici interattivi con tutor virtuali e multimediali (chatbot, GPT specializzati ecc.) per l’apprendimento in piccoli gruppi di qualunque disciplina.

– Applicazioni di intelligenza artificiale a disposizione dei docenti per creare automaticamente contenuti e materiali didattici (presentazioni, esercizi, test ecc.) organizzabili dagli insegnanti in modi diversi.

– Strumenti per la valutazione automatica delle prestazioni degli studenti, e del loro andamento nel tempo, per singole aree disciplinari e anche nel loro complesso.

Certo, in teoria si potrebbero utilizzare tutti questi strumenti e ambienti tecnologici anche mantenendo gli attuali ordinamenti, a sostegno dell’apprendimento delle vecchie discipline, ma sembra ragionevole prevedere che la spinta impressa dalle nuove tecnologie all’apprendimento di qualunque cosa disarticolerà i tradizionali curricula per riorganizzarli su percorsi personalizzati interdisciplinari e crossmediali collegati con le caratteristiche e le esigenze del futuro mercato del lavoro e delle professioni.

Chi vivrà, vedrà. Ma cercare di essere lungimiranti prevedendo i trend e le soluzioni è certamente consigliabile.

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Con l’IA l’educazione va verso l’autoapprendimento

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