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Di fronte agli scontri in corso nell’Est e nel Vicino Oriente, c’è una reale, urgente che ognuno di noi (italiano ed europeo) faccia chiarezza in se stesso e nella propria mente, contribuendo così con le proprie scelte quotidiane alla costruzione di un giudizio critico capace, per quanto possibile di sceverare tra torti e ragioni e, possibilmente, di individuare le posizioni giuste. Anche se parlare di giustizia nel mondo contemporaneo è quanto meno azzardato, rimane tuttavia fermo il ruolo della ragione per stabilire qual è la parte che più si avvicina alle nostre aspirazioni civili e politiche. Per questo, mi sembra che sia corretta la posizione di Joe Biden rispetto all’Ucraina e allo scontro tra Israele e Hamas. Non c’è dubbio (e il secolo scorso è lì ancora vicino a fornircene drammatici esempi) che la logica della dittatura, condita da una visione neo imperialista, impone a Vladimir Putin scelte che richiamano da vicino quelle di Adolf Hitler. Mentre Hitler, però, andò avanti sino ad aggredire e occupare la Polonia, punto di svolta, visto l’immediato, automatico intervento di Francia e Regno Unito, Putin, dopo acquisizioni territoriali e politiche sostanzialmente marginali, attaccando l’Ucraina ha dato inizio a una fase nuova della sua politica, quella del ricorso alle armi, contando sulla debolezza dell’aggredito e sulle note e storiche diversità che attraversano il mondo che, per comodità, chiamiamo Occidente.

La mobilitazione, prima di tutto morale, dell’Europa, salvo paesi non determinanti, degli Stati Uniti e del Canada ha fatto sì che l’aggressione – nella quale era pianificata in tre giorni la conquista di Kiev, l’eliminazione fisica del suo presidente Volodimir Zelenskji e del suo governo con il ritorno in sella del fantoccio Victor Janukovic (cacciato a furor di popolo nel 2014) – venisse contenuta e sventata, trasformando l’attacco della primavera 2022 in una sostanziale sconfitta, benché a Est l’Armata russa sia riuscita a conquistare posizioni cruciali come Mariupol. Perso l’abbrivio, constatate le difficoltà strategiche e tattiche crescenti, la Russia s’è preparata alla controffensiva ucraina, da tempo annunciata e che si è trasformata in un inequivocabile fallimento, di cui realisticamente dobbiamo prendere atto.

Il livello dello scontro in corso è così violento da pretendere che i sostenitori dell’Ucraina avviino produzioni da tempo di guerra, visto che i russi sono riusciti a riattivare le loro industrie belliche, tornate, fra l’altro, a produrre i milioni di proiettili necessari alle loro artiglierie, mentre di qua, il maggiore produttore tedesco rimane, su base annua, a numeri meramente frazionali. E negli Stati Uniti, Joe Biden vecchia lucida mente si scontra con l’opposizione repubblicana e non riesce – per ora – a pianificare forniture militari adeguate alle esigenze dell’alleato.

Al contempo, strettisi i legami tra Russia e lo stato canaglia per definizione, l’Iran, assistiamo allo scontro in atto tra Israele e Hamas (che dell’Iran è una delle longa manus) e quindi all’apertura di un fronte lontano e purtuttavia parallelo a quello esistente. Con una differenza sostanziale: che qui, nel Vicino Oriente, le parti sono invertite. Israele è infinitamente più forte dell’aggressore, il cui campo è profondamente diviso: al di sotto di una solidarietà formale, tutto il mondo arabo moderato confida nella vittoria della Stella di David e nell’eliminazione sostanziale di un pezzo importante del terrorismo endemico che fa riferimento a Teheran. Certo, l’Occidente assiste sconcertato all’occupazione della Striscia di Gaza da parte delle forze israeliane: non è chiaro, infatti, che per Tel Aviv l’obiettivo è quello di identificare tutti i cunicoli di Hamas, di farli saltare e, quindi, di disarticolare la terroristica organizzazione.

E che questa operazione militare è la risposta militarmente necessaria per rimuovere la spada di Damocle che pendeva da tempo sul suo capo. Prima sarà raggiunto il risultato stabilito, prima cesseranno le sofferenze della popolazione palestinese, vittima soprattutto dei militanti di Hamas e della loro feroce volontà di battere Israele, utilizzando il complesso di sostegni economici ricevuti, non nello sviluppo civile della Striscia, ma nell’attrezzarsi e nell’armarsi. La tragedia c’è e sarebbe da ciechi il negarla. Le cause e la prognosi sono note.

All’Europa, nano politico, quanto è un gigante industriale ed economico, spetta il compito di aiutare i civili palestinesi in tutti i modi possibili per alleviarne le sofferenze. Oltre queste considerazioni, c’è un dolore diffuso nel mondo che, però, non può trasformarsi in supina accettazione dello stesso e meno che mai nell’adozione di politiche che di fatto sostengano il terrorismo diffuso. Le nostre ferite si sono appena rimarginate. La Shoa rimane come l’aberrazione del genere umano consumatasi 80 anni fa. Impedirne le reiterazioni è l’impegno che dovrebbe tenerci uniti. I molti che lavorano contro, i molti che puntano sulla propaganda a scapito della verità, i molti che speculano rappresentano l’irresponsabilità che ha sempre avuto un ruolo negativo nelle democrazie. Come il pacifismo che indusse Chamberlain e Lavalle a cedere alle richieste che Hitler formulò a Monaco.

Essere forti per dissuadere avventurieri e dittatori a sabotare ciò che resta della pace mondiale.

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Putin, pericoloso espansionista

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